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mercoledì 10 settembre 2014

Como fare il vatapà

Il Vatapá, crema di cernia e gamberoni per lasciare Salvador
Ultima partita del mondiale a Salvador de Bahia e ultima ricetta di Pangea dal nordest del Brasile: dalle pagine di Jorge Amado, un balsamo contro la solitudine e la nostalgia, prodotto dell’incontro tra i costumi locali e le culture africane sbarcate in catene. 
Salvador de Bahia, primi anni ’60: Dona Flor sbarca il lunario improvvisandosi maestra di cucina, dividendosi tra i fornelli e il marito Teodoro, pacato farmacista e uomo di fede, innamorato e premuroso ma assai modesto nell’arte amatoria. Per quanto provi a nasconderlo, Dona Flor rimpiange gli amplessi felici avuti con il suo primo marito, Vadinho, incorreggibile giocatore d’azzardo con la passione per l’alcol e le donne, morto anni prima durante il carnevale della città. Il suo fantasma, nudo e bellissimo, le appare in sogno tutte le notti provocandola come un tempo.    
O filme Dona Flor e seus dois maridos

mercoledì 6 agosto 2014

Genesis, l'amore di Salgado per la Terra, arriva a New York




Il 19 settembre si apre all'International Center of Photography a New York la mostra del progetto ambientale del grande fotografo


Genesis, la grande esposizione delle opere fotografiche di Sebastião Salgado si aprirà all'International Center of Photography di New York il 19 settembre fino all'11 gennaio 2015. Si tratta della prima uscita americana del progetto del grande fotografo, il suo personale canto alla Terra. Curata da Lélia Wanick Salgado, è il risultato di un lavoro  di 8 anni con più di 200 spettacolari scatti in bianco e nero sulla natura, i paesaggi, le popolazioni indigene meno conosciute per documentare nell'insieme i cambiamenti climatici e le problematiche ambientali e raccontare la grande bellezza del nostro pianeta in una sorta di atlante antropologico.

Il Brasile in mostra a Lione: la sezione libri d’artista


Quattordici giovani scelgono i loro ispiratori, per una selezione che smentisce gli stereotipi.
Difficile estirpare definitivamente un certo colonialismo dallo sguardo che il sistema dell’arte occidentale getta sui Paesi “emergenti”. Ciò vale anche per le nazioni che vantano una storia già conosciuta di neoavanguardismo come il Brasile. Il metodo scelto per Imagine Brazil scongiura il rischio andando alla ricerca di uno sguardo dall’interno sull’arte contemporanea brasiliana.
I tre curatori Hans Ulrich Obrist, Gunnar B. Kvaran e Thierry Raspail hanno infatti selezionato sul territorio 14 giovani artisti e hanno chiesto a ognuno di indicare un artista delle generazioni precedenti: la selezione comprende così nomi non scontati. La mostra esce non solo dagli stereotipi da cartolina, ma anche da quelli che tendono a ridurre tutto il contemporaneo brasiliano al Tropicalismo. E si scopre che la denuncia politica diretta è solo una componente dell’arte brasiliana, mentre molti artisti scelgono l’allusione e della sublimazione formale.
Impossibile citare tutti gli artisti riuniti. Si può partire dai big come Adriana Varejão, presente con due esempi delle sue straordinarie opere-simbolo: le tele che raffigurano interni piastrellati e le “tele squartate”, quadri-scultura da cui spuntano delle interiora. Nella stessa stanza c’è un altro grande nome, Tunga, con due installazioni spettacolari e rigorose tra il poverismo e il post-human. Cildo Meireles è presente invece con il suo mare fatto di libri, lo stesso visto a Milano all’Hangar Bicocca.
Tra i decani, un nome da riscoprire assolutamente è quello di Maria Martins (1894-1973), in mostra con alcune straordinarie sculture degli Anni Quaranta che coniugano modernismo e primitivismo. E meritano un approfondimento anche le sculture minimal-poveriste di Fernanda Gomes.

martedì 22 luglio 2014

Artista Brasileiro Faz do Grafitti Forma de Protesto


O artista Paulo Ito recorre ao grafitti nas paredes e murais da cidade de São Paulo para expressar os seus protestos e ideias sobre a realidade social do Brasil nos dias que correm. Desta forma, a mensagem que tenta transmitir fica exposta aos olhos e consciência do cidadão comum. 







 


Uma das suas obras ganhou recentemente uma inesperada popularidade, por via da sua difusão na internet. Nela, uma criança negra irrompe em lágrimas por perceber que no seu prato existe apenas uma bola de futebol, numa clara chamada de atenção para as prioridades do governo brasileiro. A pintura teve inclusivamente honras de capa em diversas publicações internacionais.

Outros temas recorrentes das criações de Paulo Ito são o protesto contra a miséria ou a violência contra as mulheres. 


venerdì 18 luglio 2014

Le infradito più famose al mondo



Dalla sua nascita sono state vendute più di 4 miliardi di paia. Ne vengono comprate 6 paia al secondo. Il 94 % dei brasiliani possiede o ne ha posseduto almeno un paio. Basta “dare i numeri” per capire il successo del brand di infradito più famoso al mondo, Havaianas. Il marchio nasce in Brasile nel 1962, ma il modello di scarpa si ispira al Sol Levante. Il design, infatti, richiama il sandalo tradizionale giapponese detto “Zori”.
 La forma viene mantenuta ma cambia il materiale, invece della paglia di riso viene scelta la gomma. Il motivo a “chicchi di riso” della suola è un richiamo alle sue origini orientali. Anche per la scelta del nome si guarda lontano. Havaianas è un omaggio alle Hawaii. L’isola del Pacifico negli anni ’60 era nell’immaginario collettivo la meta vacanziera per eccellenza.
 

Il prezzo accessibile, la comodità e la resistenza lo trasformano presto nella “scarpa del popolo”. Sono le classi meno agiate le prime a innamorarsene, tanto che negli anni ’80 il governo le include tra i prodotti base del paniere, insieme a riso e patate, arrivando a monitorarne il prezzo in quando considerate bene di prima necessità. Dagli anni ’90 in poi la crescente gamma di colori, di disegni e le edizioni speciali attraggono anche i consumatori della fascia media. A dare impulso all’espansione del brand anche il nuovo fenomeno delle top model brasiliane, ormai presenti sulle principali passerelle della moda. Tutte viaggiano con un paio di Havaianas e le altre colleghe iniziano a imitarle. Il popolo, l’upper class, le celebrity, le modelle. Il marchio Made in Brasil diventa il brand per tutti. Oggi è presente sui principali mercati internazionali. 
Dall’Australia all’Europa, dalle Filippine agli USA. Da souvenir per i turisti Havaianas è diventato la scarpe per antonomasia della bella stagione. 

I segreti del suo successo? La coerenza e l’autenticità mantenuta nel corso dei 50 anni di storia. Unito al messaggio positivo che riesce a trasmettere: “la gioia di vivere tipica del popolo brasiliano”. Da semplice infradito in gomma è stato capace di evolversi e stare al passo con i tempi, non solo proponendo una crescente gamma di colori, ma anche offrendo ai fan versioni sempre nuove, come: la prima linea baby, il modello con la bandiera del Brasile sulla fascetta nata in occasione dei campionati del mondo nel 1998, le linee pensate e studiate per un pubblico femminile.

Havaianas negli ultimi anni ha unito a una crescente attenzione per il pubblico femminile la volontà di offrire ai suoi fan un prodotto sempre più curato e ricercato. Nel 2006 è nata infatti la prima versione slim, più sottile e delicata, studiata appositamente per le donne.

 A rendere le infradito brasiliane sempre più originali hanno anche contribuito le collaborazioni con noti designer internazionali, come: Sonia Rykiel, John Galliano, Agatha Ruiz de la Prada, Azzedine Alaia, Paul Smith, Valentino, ecc. Fiore all'occhiello tra le collezioni del brand la Special Collection, composta da pezzi unici ed esclusivi grazie alla lavorazione handmade. Le infradito sono arricchite da preziose applicazioni di cristalli Swarovski e maglie metalliche. 

A realizzare questi particolari modelli sono un gruppo di artigiane di Alagoa Nova, nel sud del Brasile. Nel cucire a mano le scarpe utilizzano una tecnica tramandata nella loro comunità da generazione in generazione, impiegando più di un’ora per realizzare un singolo paio. 

Un prodotto esclusivo che trasforma le infradito in un sandalo da usare dal party in piscina all’aperitivo in città. Un progetto pensato e creato anche con l’obiettivo di offrire posti di lavoro agli abitanti dei villaggi, riportando in vita e tramandando le antiche tradizioni artigiane della cultura brasiliana.




mercoledì 2 luglio 2014

Il menù del mundiale Brasil 2014

 



Avete intenzione di andare in Brasile e volete saperne di più sui piatti tipici brasiliani? La tradizione gastronomica di questo immenso paese, portatore sano di allegria, è il frutto di diverse influenze: la colonizzazione portoghese, la civiltà degli indios autoctoni e le usanze africane, giunte in Sudamerica attraverso la deportazione degli schiavi. Si tratta dunque di una cucina poliedrica, in cui la contaminazione africana è quella ha avuto maggior rilievo.


L’elemento africano infatti è considerato il più importante nell’arte culinaria brasiliana ed è quello che ha garantito risultati eccellenti: la cucina bahiana, che conserva maggiormente le radici africane del Brasile, ne è una chiara dimostrazione. Peraltro è particolarmente apprezzata in tutto il mondo.
Ingredienti come latte di cocco, il dende, l’olio di palma e la noce di cocco grattugiata sono le principali reminescenze africane.
Ma al di là delle molteplici influenze, qual è il piatto tipico del Brasile?
Il piatto forte di questo istrionica nazione è sicuramente la feijoada: particolarmente diffusa in Rio de Janeiro, è realizzata con fagioli, carne bovina secca, salsicce affumicate, lingua, orecchie e code di maiale (quando si dice che del maiale non si butta via niente…), aglio, peperoncino forte. Viene servita solitamente accompagnata da riso, cavolo verde e fettine d’arancia.
Tra i piatti principali è d’obbligo annoverare anche la farofa de manteiga, ovvero farina di manioca saltata al burro e le couve à miniera, ovvero coste saltate.
Molto apprezzato è anche il molho de pimenta e limao, ossia la salsa di peperoncino e limone, che viene utilizzata solitamente prima del pasto, ma è anche ottima come accompagnamento delle portate.
Oltre a questi piatti della tradizione, largamente conosciuti, in Brasile esistono altre pietanze, tipiche delle diverse regioni.
Andiamo a scoprirle.
Nella cucina di Bahia, troviamo uno dei piatti più prestigiosi della cucina brasiliana in genere, il vatapà, realizzato con gamberi e altre varietà di pesce, tutti tagliati a pezzetti o macinati e poi cotti con olio di dende, latte di cocco e pezzi di pane. Questa pietanza viene servita con l’accompagnamento della classica porzione di riso. Il sarapatel invece, è composto di fegato e cuore di maiale o di agnello mescolati a sangue fresco, successivamente cotti con pomodoro, peperoni e cipolle. Infine, degno di nota è il caruru, piatto fatto con gamberetti fritti e conditi con una salsa forte di peperoncino rosso e okra.
La cucina tradizionale dell’Amazzonia è evidentemente molto diversa da quella delle altre regioni, qui il piatto forte è il pato no tucupi, pezzi di anatra immersi in una salsa a base di un’erba selvatica particolarmente piccante. Un’altra pietanza della tradizione è il tacacá, un denso brodo giallo arricchito con gamberi e aglio. In questa regione degni di nota sono anche i frutti che offre la foresta: açaì, cupuaçu, graviola, bacuri, castagne, sono davvero squisiti come i succhi e i gelati che se ne ricavano. Questi ultimi sono noti e apprezzati in tutto il Brasile.
Infine nella regione del Rio Grande do Sul, il piatto più famoso è il churrasco, uno spiedo con pezzi di carne bovina cotti sui carboni ardenti e conditi con una salsa di pomodoro e cipolla.
Per quanto riguarda le bevande, possiamo affermare con certezza che la cucina brasiliana in genere ha poco a che fare con il vino, si sposa invece perfettamente con la cerveja (ovvero la birra). In Brasile se ne producono di diversi tipi (le più consumate sono la Brahma e l’Antàrtica), tuttavia la bevanda più diffusa è la cachaça, un forte rum di colore chiaro, che si ottiene dalla fermentazione della canna da zucchero. E per gli astemi, niente paura, questo variopinto paese è ricco di frutti di ottima qualità e i succhi che ne derivano sono davvero gustosi: tra i più apprezzati quello alla banana e all’avocado.

sabato 3 maggio 2014

Biografia de Mario Quintana


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Mario Quintana


Mario de Miranda Quintana foi um poeta, tradutor e jornalista. É considerado um dos maiores poetas brasileiros do século 20.

Mario de Miranda Quintana nasceu prematuramente na noite de 30 de julho de 1906, na cidade de Alegrete, situada na fronteira oeste do Rio Grande do Sul. Seus pais, o farmacêutico Celso de Oliveira Quintana e Virgínia de Miranda Quintana, ensinaram ao poeta aquilo que seria uma de suas maiores formas de expressão - a escrita. Coincidentemente, isso ocorreu pelas páginas do jornal Correio do Povo, onde, no futuro, trabalharia por muitos anos de sua vida. 



O poeta também inicia na infância o aprendizado da língua francesa, idioma muito usado em sua casa. Em 1915 ainda estuda em Alegrete e conclui o curso primário, na escola do português Antônio Cabral Beirão. Aos 13 anos, em 1919, vai estudar em regime de internato no Colégio Militar de Porto Alegre. É quando começa a traçar suas primeiras linhas e publica seus primeiros trabalhos na revista Hyloea, da Sociedade Cívica e Literária dos Alunos do Colégio Militar. 

Cinco anos depois sai da escola e vai trabalhar como caixeiro (atendente) na Livraria do Globo, contrariando seu pai, que queria o filho doutor. Mas Mario permanece por lá nos três meses seguintes. 

Aos 17 anos publica um soneto em jornal de Alegrete, com o pseudônimo JB. O poema era tão bom que seu Celso queria contar que era pai do poeta. Mas quem era JB? Mario, então, não perde a chance de lembrar ao pai que ele não gostava de poesia e se diverte com isso. 



Em 1925 retorna a Alegrete e passa a trabalhar na farmácia de propriedade de seu pai. Nos dois anos seguintes a tristeza marca a vida do jovem Mario: a perda dos pais. Primeiro sua mãe, em 1926, e no ano seguinte, seu pai. Mas a alegria também não estava ausente e se mostra na premiação do concurso de contos do jornal Diário de Notícias de Porto Alegre com A Sétima Passagem e na publicação de um de seus poemas na revista carioca Para Todos, de Alvaro Moreyra.

Corre o ano de 1929 e Mario já está com 23 anos quando vai para a redação do jornal O Estado do Rio Grande traduzir telegramas e redigir uma seção chamada O Jornal dos Jornais. O veículo era comandado por Raul Pilla, mais tarde considerado por Quintana como seu melhor patrão. 



A Revista do Globo e o Correio do Povo publicam seus versos em 1930, ano em que eclode o movimento liderado por Getúlio Vargas e O Estado do Rio Grande é fechado. Quintana parte para o Rio de Janeiro e torna-se voluntário do 7º Batalhão de Caçadores de Porto Alegre. Seis meses depois retorna à capital gaúcha e reinicia seu trabalho na redação de O Estado do Rio Grande.

Em 1934 a Editora Globo lança a primeira tradução de Mario. Trata-se de uma obra de Giovanni Papini, intitulada Palavras e Sangue. A partir daí, segue-se uma série de obras francesas traduzidas para a Editora Globo. 

O poeta é responsável pelas primeiras traduções no Brasil de obras de autores do quilate de Voltaire, Virginia Woolf, Charles Morgan, Marcel Proust, entre outros. 

Dois anos depois ele decide deixar a Editora Globo e transferir-se para a Livraria do Globo, onde vai trabalhar com Erico Verissimo, que lembra de Quintana justamente pela fluência na língua francesa. É por esta época que seus textos publicados na revista Ibirapuitan chegam ao conhecimento de Monteiro Lobato, que pede ao poeta gaúcho uma nova obra. Quintana escreve, então, Espelho Mágico, que só é publicado em 1951, com prefácio de Lobato.



Na década de 40, Quintana é alvo de elogios dos maiores intelectuais da época e recebe uma indicação para a Academia Brasileira de Letras, que nunca se concretizou. Sobre isso ele compõe, com seu afamado bom humor, o conhecido Poeminha do Contra.

Como colaborador permanente do Correio do Povo, Mario Quintana publica semanalmente Do Caderno H, que, conforme ele mesmo, se chamava assim, porque era feito na última hora, na hora “H”. A publicação dura, com breves interrupções, até 1984. É desta época também o lançamento de A Rua dos Cataventos, que passa a ser utilizado como livro escolar. 

Em agosto de 1966 o poeta é homenageado na Academia Brasileira de Letras pelos ilustres Manuel Bandeira e Augusto Meyer. Neste mesmo ano sua obra Antologia Poética recebe o Prêmio Fernando Chinaglia de melhor livro do ano. No ano seguinte, vem o título de Cidadão Honorário de Porto Alegre. Esta homenagem, concedida em 1967, e uma placa de bronze eternizada na praça principal de sua terra natal, Alegrete, no ano seguinte, sempre eram citadas por Mario como motivo de orgulho. Nove anos depois, recebe a maior condecoração que o Governo do Rio Grande do Sul concede a pessoas que se destacam: a medalha Negrinho do Pastoreio.

A década de 80 traz diversas honrarias ao poeta. Primeiro veio o Prêmio Machado de Assis, da Academia Brasileira de Letras, pelo conjunto da obra. Mais tarde, em 1981, a reverência veio pela Câmara de Indústria, Comércio, Agropecuária e Serviços de Passo Fundo, durante a Jornada de Literatura Sul-rio-grandense, de Passo Fundo.



Em 1982, outra importante homenagem distingue o poeta. É o título de Doutor Honoris Causa, concedido pela Universidade Federal do Rio Grande do Sul (Ufrgs). Oito anos depois, outras duas universidades, a Unicamp, de Campinas (SP), e a Universidade Federal do Rio de Janeiro concedem o mesmo tipo de honraria a Mario Quintana. Mas talvez a mais importante tenha vindo em 1983, quando o Hotel Majestic, onde o poeta morou de 1968 a 1980, passa a chamar-se Casa de Cultura Mario Quintana. A proposta do então deputado Ruy Carlos Ostermann obteve a aprovação unânime da Assembléia Legislativa do Rio Grande do Sul.

 

Ao comemorar os 80 anos de Mario Quintana, em 1986, a Editora Globo lança a coletânea 80 Anos de Poesia. Três anos depois, ele é eleito o Príncipe dos Poetas Brasileiros, pela Academia Nilopolitana de Letras, Centro de Memórias e Dados de Nilópolis e pelo jornal carioca A Voz. Em 1992, A Rua dos Cataventos tem uma edição comemorativa aos 50 anos de sua primeira publicação, patrocinada pela Ufrgs. E, mesmo com toda a proverbial timidez, as homenagens ao poeta não cessam até e depois de sua morte, aos 88 anos.


Poesias de Mario Quintana

O tempo



"A vida é o dever que nós trouxemos para fazer em casa.
 
Quando se vê, já são seis horas! 

Quando de vê, já é sexta-feira! 

Quando se vê, já é natal... 

Quando se vê, já terminou o ano...
 
Quando se vê perdemos o amor da nossa vida. 

Quando se vê passaram 50 anos! 

Agora é tarde demais para ser reprovado... 

Se me fosse dado um dia, outra oportunidade, eu nem olhava o relógio. 
Seguiria sempre em frente e iria jogando pelo caminho a casca dourada e inútil das horas... 

Seguraria o amor que está a minha frente e diria que eu o amo...
 
E tem mais: não deixe de fazer algo de que gosta devido à falta de tempo. 
Não deixe de ter pessoas ao seu lado por puro medo de ser feliz. 

A única falta que terá será a desse tempo que, infelizmente, nunca mais voltará."


         




Bilhete



"Se tu me amas, ama-me baixinho

Não o grites de cima dos telhados

Deixa em paz os passarinhos

Deixa em paz a mim!

Se me queres,
enfim,

tem de ser bem devagarinho, Amada,
que a vida é breve, e o amor mais breve ainda..."

                           




                          

giovedì 1 maggio 2014

Senna, 20 anni dopo: Ayrton è sempre un mito


VENT'ANNI non bastano per cancellare un mito. Se qualcuno osasse, ci sono due milioni di bambini poveri brasiliani a ricordare il più grande di sempre studiando e sognando un futuro grazie ai soldi della Fondazione che porta il suo nome. Ayrton Senna era ed è ancora il Brasile, vent'anni dopo quel terribile schianto, quel maledetto 1 maggio del 1994 che all'autodromo di Imola sbriciolava la sua Williams e portava via la sua classe immensa e il suo sorriso bello e triste. Erano le 14 e 17, un'ora che nessun brasiliano riuscirà mai a dimenticare, più ancora delle 18 e 40, quando il suo cuore ha cessato di battere, quando la devastante frattura al cranio ha costretto alla resa un fenomeno che sembrava invincibile. Perché è già al momento dell'urto, alla curva del Tamburello, maledetto quel piantone dello sterzo che va in tilt, che tutti avevano capito. Senna, 34 anni compiuti da poco, in pista non aveva rivali, soprattutto sul giro veloce, come dimostrano le sue 65 pole position, soprattutto sotto la pioggia, con quella definizione di "mago del bagnato" che gli faceva dribblare ogni pozzanghera e superare qualsiasi rivale. Ma di fronte al destino che si mette di traverso, alla morte, non puoi avere scampo e nemmeno il più grande pilota di tutti i tempi può resistere.

Di quel giorno restano indelebili choc e lacrime. Per far capire quanto fosse amato dal suo paese, basterebbe raccontare certe richieste che provengono dal Brasile agli inviati sul posto. Normale l'ordine di raccontare il dolore, la tragedia, di andare all'ospedale, di seguire la salma nel ritorno in patria. Ma c'è anche un'inchiesta giudiziaria, un processo, un autodromo sequestrato, si sa che la giustizia italiana non è proprio celere e poi l'episodio è delicato e controverso, oltreché tremendamente grave, ma a qualcuno viene addirittura chiesto di non tornare a casa fino a quando non sarà stata emessa la sentenza, non saranno stati resi noti colpevoli, in altre parole, diversi anni o giù di lì.

Perché Senna con i suoi trionfi, con la sua bandiera verde oro che sempre sventola sul podio, è il cuore del Brasile, più ancora dei miti del calcio, Pelè o Garrincha, e il cuore del Brasile non può morire, chi ha osato portarlo via deve pagare. Senna è felicità, orgoglio, riscatto, è ambasciatore perché è amato da tutto il mondo, qualunque sia il colore della sua macchina, perché è anima e brividi, esalta, guida come un Dio, vince. Senna da San Paolo, la sua città natale, divide anche, quei duelli all'ultima sportellata con Prost, quell'odio mai nascosto con il rivale francese, ma anche quell'ammissione, "siamo diversissimi, opposti, ma non potrei mai correre senza di lui", che inneggia alla battaglia, riempie di adrenalina, e sa tanto di uomo vero, normale, alla portata di tutti.            

Senna è mito anche per come si arriva alla sua morte, i tragici momenti prima, quella vigilia così inquieta, già segnata da terribili incidenti, quello del venerdì, per fortuna senza conseguenze, dell'amico Barrichello, quello tragico del sabato, con la morte dell'austriaco Ratzemberger alla curva Villeneuve. Ayrton, 34 anni, già tre mondiali vinti, in quelle ore è inquieto: non vorrebbe correre, troppi foschi presagi, regala ai posteri una frase tremenda, "siamo pagati per divertirci, per appassionare la gente, non per morire". Senna vorrebbe rinunciare, però sa che non può permetterselo: al sabato è stato il più veloce, la solita pole, la domenica ha la bandiera dell'Austria, la sventolerà sul podio, per onorare la memoria del collega scomparso.  

Il destino non glielo permetterà, quello stendardo verrà ritrovato sporco di sangue, assieme ai resti di una Williams, a cui mai si era adattato. Troppo stretto l'abitacolo, troppo difficile da guidare e troppo complicato forse è anche il rapporto con il team. Eppure lui è un tipo conciliante. Di origini borghesi, sa farsi amare da tutti, anche dai poveri. Ha un carattere forte, ma anche garbo ed educazione, con quell'ossessione di pace interiore che cerca sempre in Dio. Predestinato, ha fatto capire sin dagli esordi che potrà diventare immenso. Nelle serie minori macina successi e quando nel 1984, alla guida della Toleman, fa il suo esordio in Formula Uno nel gp di casa, in Brasile, si capisce subito che con quel pilota scatenato tutti dovranno fare i conti. La scuderia è piccola, ma basta una goccia di pioggia e lui diventa irresistibile, con un secondo posto a Montecarlo. Certo con la Lotus, più ambiziosa e ricca, è più facile, sette pole position nell'85, sul singolo giro nessuno riesce a stargli dietro. Per vincere il Mondiale però non basta il talento, ci vuole la macchina, e la "fedele compagna" arriva nel 1988 ed è una McLaren. Subito il titolo e subito guerra con il compagno di squadra Prost, e poi altri due Mondiali, conditi da epiloghi infernali (in un caso gode il brasiliano, in un altro il francese) con il grande nemico, nel frattempo passato alla Ferrari.

Maranello non sarà mai la sua casa. Testimonianze attendibili raccontano che lo sarebbe diventata nel 1995, c'era già l'accordo con Enzo Ferrari, ma nel 1994 è la Williams a sostituire la McLaren. E' la sua ultima macchina, Imola è l'ultima pista, il settimo è il suo ultimo giro, Bologna l'ospedale in cui esala l'ultimo respiro, il momento che distrugge una speranza mai decollata, nonostante le preghiere di chi guardava quell'elicottero in volo, cercando di pensare ai sogni che regalava, e non alla malinconia che ogni tanto emanava dal suo sguardo.
La notizia della morte di Senna si sparge in un attimo e mette in ginocchio il Brasile. Ancora oggi la tomba numero 11 al cimitero di Morumbi, con quell'epitaffio semplice, "Nulla mi può separare dall'amore di Dio", è luogo di pellegrinaggio infinito. Nel ventennale della sua morte la sua figura è stata protagonista anche al Carnevale di Rio, con la scuola di samba 'Unidos da Tijuca' che ha vinto il primo premio raccontandone il mito con tanto di replica della sua McLaren, in mezzo a persone ancora disperate e in lacrime nonostante sia passato tanto tempo. A Senna i calciatori dedicarono il Mondiale del 1994 e la nazionale di adesso vorrebbe fare lo stesso il 13 luglio al Maracana. A Senna sono state intitolate strade, in Brasile in questi giorni lo ricorda una serie televisiva con record di ascolti. Se il casco è giallo, è Ayrton, l'orgoglio e la speranza mai morte del Brasile e dei suoi 200 milioni di abitanti.

Mito dopo e anche in vita, visto che quando furoreggiava ha ispirato anche un personaggio da cartoni animati, il Senninha, famoso fra tutti i bambini brasiliani. A lui veniva perdonato tutto, anche il suo poco amore per le zone degradate che non frequentava mai, la sua burrascosa vita sentimentale, un divorzio e poi diversi legami chiacchierati, esaltando invece il suo misticismo, quel suo continuo nominare Dio, che vedeva su una nuvola dietro ad una curva difficile o alla guida della sua macchina dopo un'esaltante pole strappata sul bagnato. Senna era un gran lavoratore, meticoloso, scrupoloso, fanatico nei dettagli, con quelle notti passate ai box con i meccanici. Odiava lo smoking, gradiva poco i night, spesso andava a letto presto, frequentando più la famiglia a San Paolo o la casa al mare che la mondanità. Un  brasiliano atipico anche nel rapporto con il calcio. Sbandierava passione per il Corinthians, la squadra dei ceti poveri di San Paolo, ma di pallone non capiva niente. Per lui c'erano solo macchine e motori, con la freddezza di chi non sbaglia mai. Nemmeno a Imola, quella maledetta domenica. A tradirlo è stata la macchina, la Williams, non la sua inquietudine o imperizia. Uno schianto ha portato via il corpo. Ma il mito sopravviverà  per sempre.

di STEFANO ZAINO
http://www.repubblica.it/sport/formulauno/2014/04/29/news/senna_speciale_zaino-84765321/?ref=nl-Ultimo-minuto-ore-13_01-05-2014

venerdì 18 aprile 2014

Pappagalli e samba


Pappagalli e samba: una combinazione che ha portato fortuna ai volatili di Rio e Rio 2 (uscito in questi giorni), fatiche dei Blue Sky Studios dirette da Carlos Saldanha. La radice però di questa suggestione, che sposa il colore della natura alle cromìe contagiose della musica brasiliana, è profonda, partendo dai primi anni Quaranta.

José Carioca. Questo pappagallo antropomorfe brasiliano appare per la prima volta accanto a Paperino in Saludos Amigos, "package film" del 1942. Per chi non conoscesse la definizione, il "package film" è un lungometraggio composto da cortometraggi a tema più o meno unico, un modo che Walt Disney trovò durante la II Guerra Mondiale (e poco dopo) per continuare a creare lunghi per le sale, senza impegnarsi in prodotti a soggetto più impegnativi.
La forte caratterizzazione etnica di José è figlia di una necessità politica: Disney accettò nel 1941 di creare materiale per legare emotivamente Nord e Sud America, onde compattare il fronte delle Americhe contro eventuali simpatie per il nemico d'oltreoceano.
La samba è calore, vita: José si presenta gioioso viveur, dinoccolato, sorridente, con paglietta e giubbetto che suggeriscono eleganza a buon mercato. C'è un'idea funzionale, alla quale il virtuosismo dello studio Disney non può rinunciare: il suo ombrello, utilissimo per ogni tipo di coreografia, un economico bastone parente della canna di Charlot (la stessa sagoma di José ricorda il vagabondo).

Il segmento di Saludos Amigos in cui debutta José è Aquarela do Brasil, diretto da Wilfred Jackson, una delle colonne indiscusse dalla casa, autore di un capolavoro come The Band Concert. Accade spesso nei package film: non c'è una storia, solo musica. Il nuovo amico José spiega a Paperino la samba, mentre i due attraversano paesaggi dipinti sotto di loro dalla mano di un artista. Uno spettacolo che ci si poteva permettere con la qualità dell'animazione dell'epoca. Non sappiamo molto del doppiatore di Carioca, José Oliveira, se non che era, come il suo personaggio, originario di Rio.


Nel 1944 lo studio Disney completa I tre caballeros: a José si unisce il gallo messicano Panchito, ma è comunque il pappagallo che dà vita alle scene più divertenti con Paperino. Con maggiore ambizione, una durata amplificata e una cornice più omogenea, I tre caballeros (supervisionato da Norman Ferguson, papà di Pluto) è un oggetto volante non identificato tra i classici Disney, un viaggio psichedelico da riscoprire. José dà lezioni di seduzione a Paperino, attratto in modo inquietante dalla cantante Aurora Miranda, che recita, canta e balla con i due protagonisti, in una tecnica mista stupefacente per l'epoca. La canzone del titolo è una delle più celebri sequenze dirette dal folle animatore Ward Kimball, una lezione di cinema ancora oggi.


Carioca rispunta in un piccolo segmento di un altro package film, Lo scrigno delle sette perle (Melody Time, 1948), dov'è diretto dall'esperto Clyde Geronimi ed è ancora in compagnia di Paperino, con intromissioni di un folle uccello, l'Aracuán. Il titolo del corto è una verità assoluta: Blame it on the samba, cioè "la colpa è tutta della samba!"


Tra il '42 e il '45 José Carioca, soprannominato "Zè" Carioca (diminutivo di José, appunto), riesce nell'intento di esportare il gusto nordamericano per la caricatura e lo humor in terra brasiliana. Ancora adesso da quelle parti il pappagallo è popolare quanto i personaggi più noti della Banda Disney, da Topolino a Paperino. Ha avuto un piccolo ruolo in una reunion con Panchito e Paperino nella serie House of Mouse (2001-2003), doppiato dall'eclettico Rob Paulsen, ma la sua popolarità rimane massima in Sudamerica. Lì nei fumetti si sono creati intorno a lui comprimari, è stato arbitro di una squadra di calcio ed ha assunto persino un'identità segreta in stile Paperinik, Morcego Verde, "Pipistrello Verde". Poco di questa produzione è arrivato da noi, si è visto qualcosa specialmente nel fu Mega Almanacco.  


venerdì 21 febbraio 2014

Copa del mondo in tour


ROMA - Guardare e non toccare. Solo fotografie. Tantissimi ragazzi, bambini e famiglie in fila per vedere da vicino sua maestà, l'originale coppa del mondo di calcio, arrivata a Roma mercoledì scorso ed esposta per due giorni nel villaggio Coca-Cola a piazza del Popolo. Per tutti gli appassionati è stato preparato un percorso fatto di storia, fair play, emozioni e curiosità, come i palloni delle ultime 12 edizioni dei Mondiali, a cui si aggiunge il prossimo, Brazuca, in versione oversize. Ma l'attenzione è tutta per lei: bella, bellissima, protetta da una teca in cristallo ma a disposizione per farsi fotografare. Il viaggio prosegue quindi tra partite alla playstation4, giochi di abilità, palleggi in acrobazia: un lungo cammino che coinvolge anche con la possibilità di poter lasciare un messaggio agli azzurri grazie a post-it tricolori che andranno poi a comporre la bandiera dell'Italia. Il tutto con l'obiettivo di ricreare i suoni e l'atmosfera di un vero campo di calcio.


E siccome chi dice calcio dice Brasile, nel centro di Roma è stato ricreato un vero angolo verdeoro, con ballerini di samba e capoeira e musica carioca a tutto volume. La coppa di tutti è lo slogan del trophy tour che in 221 giorni sta facendo il giro del mondo, toccando 5 continenti e 90 paesi fino al ritorno in Brasile, dove si giocheranno i prossimi mondiali.
 fonte «Agenzia Dire» e l'indirizzo «www.dire.it»